Il bar… alla fine del mondo

Gli alberghi sono un po’ come le persone: mutano forma col passare del tempo.
Perciò non stupitevi quando vi racconterò che l’hotel più piccolo del mondo, prima di diventare l’hotel più piccolo del mondo, era semplicemente… il ristorante più piccolo del mondo!
Quest’ultima frase, in realtà, temo sfoci nella fantasia, perciò non prendetela troppo sul serio, ma vero è che l’Hotel Punta Grande nacque tanti anni or sono come un piccolo bar-ristorante abbarbicato su una roccia di Las Puntas, El Hierro.
Ma la storia non si ferma qui e corre ancora più indietro, fino ad arrivare a quel tempo sperduto nel tempo in cui questa fetta di mondo – chi l’avrebbe mai detto – fungeva da centro di smistamento merci e cuore spumeggiante di proficui affari commerciali.
Ed ecco come accadde che il magazzino appuntato sulla roccia un giorno ruppe il bozzolo e si fece albergo.

Gli albori dell’Hotel Punta Grande risalgono al 1830 e narrano di una stanza di appena 40 m2 fatta costruire sulla cima di una scogliera spazzata dal vento e da un oceano che faticava a rispettare gli argini.
Poco più di un secolo dopo venne eretto un secondo piano e la casa divenne centro di scambi commerciali, ospitando un magazzino nel piano inferiore e gli uffici in quello di sopra.
Quando, negli anni ’30, il commercio crollò improvvisamente, la casa fu abbandonata.

Ma una casa così, aggrappata su uno spuntone di roccia dentro un paesaggio drammatico, degno di quella che per molto tempo venne considerata l’isola più a sud del mondo conosciuto, non passa a lungo inosservata e infatti ecco fare capolino, un giorno tra gli altri di qualche decennio fa, tal Francisco Padrón Villarreal, che se ne innamora e decide di acquistarla.
Punta Grande risorge dalle ceneri, questa volta come ristorante e bar.
Qualche anno dopo, al ristorante vengono aggiunte quattro stanze. Nasce così l’Hotel Punta Grande di El Hierro, lo stesso che ci accoglie scuro e immobile ogni giorno durante la nostra passeggiata lungo le sponde dell’oceano.
Da allora non è cambiato poi tanto. La natura è la stessa, la tranquillità anche. Mancano, come allora, i botteghini di souvenir, i parcheggi pieni e le file incontrollate di auto, non si vede nemmeno un bastone da selfie comparire all’orizzonte!
Eppure questo edificio dalla forma trapezoidale vanta nel curriculum niente di meno che un record mondiale, quello che Il Guinness dei primati gli assegnò nel 1984 in qualità di hotel più piccolo del mondo.

Anche il bar sembra essere uscito indenne dal tritacarne che spesso accompagna i luoghi “celebri”. E dire che lo hanno fotografato in tanti nel corso degli anni,  e non solo per la curiosità da guinness e lo spettacolo trionfale concesso gratis dalla cima della terrazza, ma perché l’interno del bar, scopriamo, è un piccolo museo.
Le pareti sono completamente rivestite di targhe di registrazione nautica color oro e argento. Dall’alto della stanzetta pende un tronco d’albero – enorme, nerissimo, tutto contorto: un ingarbugliato prodigio della natura reso dettaglio di alto design.
Il proprietario ha, nemmeno a dirlo, la faccia da avventuriero. Lo avevamo incontrato la vigilia di Natale mentre tentavamo di raggiungere in autostop la chiesa di Nuestra Señora de La Candelaria per la messa di mezzanotte e avevamo subito capito che di fronte avevamo un vero personaggio herreño, di quelli che faticano con le parole ma hanno un’intera vita stretta negli occhi. È un tipo di poche parole, il proprietario dell’Hotel Punta Grande, ma basta guardarlo in faccia per sapere che ci passeresti un‘intera serata insieme, seduti al tavolo di fronte all’oceano a bere San Miguel e a farsi raccontare come accidenti sia finito su questo spuntone in mezzo al mare.

Uno di quei tizi a cui spesso finisci poi per non chiedere niente, perché mentre formuli mentalmente la domanda ti ricordi improvvisamente che poco importa, alla fine dei conti, come si sia finiti in un determinato posto.
Perché, anziché perdersi in contorsioni mentali per carpire ragioni, trovare un senso che sfugge, vedere l’unità di un percorso in apparenza frammentato, enormemente più interessante sarebbe dedicare la nostra attenzione a dove siamo ora, e non a come ci siamo finiti, con chi siamo e cosa stiamo facendo ora.
Focalizzarci, anziché sulle incognite della storia nostra e altrui, sul liquido maltato che scende fresco lungo la gola e sui colori che il vetro dei bicchieri trattiene dell’incanto che c’è fuori.
Facciamoli quindi tintinnare questi bicchieri, che a lavorare ci si penserà domani.

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