La spiaggia rossa: El Verodal

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El Verodal è una spiaggia molto, molto vanitosa. Non le bastava essere l’unica degna di questo nome di tutta El Hierro, no, doveva evidentemente aggiungerci altro. Così si è colorata di rosso e nero e si è nascosta alla fine di una lunga stradina sterrata che se te la fai a piedi ci metti un po’ e se la percorri in macchina pure – a causa dei sobbalzi il tempo è praticamente lo stesso.
Quando arriviamo noi, la spiaggia è tagliata da un vento fortissimo e l’oceano è a livelli di incazzatura particolarmente alti. Guardare il paesaggio dalla cima della roccia fa molto poeta bohemien indeciso se suicidarsi subito tra i flutti o farsi un ultimo bicchiere di assenzio con lo zucchero in fiamme sul cucchiaino.

Come ve la spiego, Verodal, dall’alto? Una lastra rosso scuro incisa tra le solite rocce a strapiombo e un oceano striato di azzurro-piscina che si gonfia, si impenna e si arrotola furioso su se stesso. Attorno nemmeno un ombrellone, non un solo chiosco di piadina, nessun sedere rivolto al sole a raccogliere vitamina D, nessuno stereo a pompare Fedez – che poi forse qui si potrebbe, visto che il rumore dell’oceano lo coprirebbe, a El Verodal potrebbe persino passare Mengoni che l’udito non ne risentirebbe.
Le onde di El Verodal sembrano enormi anche da qui, a una decina di metri di altezza e un centinaio di distanza. Sono le onde dei cartoni animati, quelle che fanno il ricciolo prima di implodere e sgonfiarsi in lunghi scivoli bianchi che si allungano azzurri fino alla spiaggia e poi si arrampicano a tentare di raggiungere le rocce.

Dietro di me c’è l’area ristoro, quasi invisibile da lontano, che El Hierro non fa mai mancare alle sue “spiagge”, nemmeno nelle aree più remote: una tettoia di paglia, caminetti dove imbastire un barbecue dignitoso, larghi tavoloni da cui fare i signori godendosi lo spettacolo.

Davanti è pure poesia e quando infine scendiamo per raggiungere la spiaggia rossa, le scarpe saltano dai piedi come tappi di spumante, la sciarpina si scioglie dal collo da sola prima di lasciarlo fare al vento, il panino lo si adagia da qualche parte a terra, che tanto per quello che c’è tempo, e così a piedi scalzi si corre sulla spiaggia, avanti e indietro, verso il mare e poi veloci indietro, sghignazzando e urlacchiando come bambini al centro estivo, e poi di lato, con il vento contro e il mare a fianco, facendo finta di avvicinarsi per poi ritrarsi verso le rocce, perché quando avanza questo oceano sa davvero fare paura. E talvolta ci si ferma, col fiatone e gli occhi lucidi per il vento, le mani sui fianchi, e lo si guarda, il mare, sfrontati in pieno viso, sussurrando che ancora non è il momento, ancora sei troppo grosso e spumeggiante e arrabbiato per me, ma prima o poi, prima o poi.

 

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